04/03/2015 - Disagio psicologico/emotivo dell'emigrante

“Immaginiamo di avere una vita felice e di svolgere il lavoro che più ci piace, dopo anni di studi finalizzati al raggiungimento del nostro obiettivo.

Immaginiamo che dopo aver raggiunto la stabilità economica necessaria, decidiamo di metter su famiglia con la persona che abbiamo scelto di avere al nostro fianco: scegliamo la casa, l’attrezziamo e la personalizziamo come ci aggrada maggiormente.

Siamo felici ed a completare la nostra gioia, arriva il primo figlio e magari anche il secondo.

Tutto procede bene…fino al giorno in cui qualcuno decide di vantare degli interessi sulla nostra terra: interessi importanti!

Il lavoro comincia a scarseggiare, non si riesce ad avere denaro sufficiente per far fronte alle necessità primarie (cibo, bollette, tasse, vestiario), cominciano a mancare tutte le certezze costruite fin qui con grande sacrificio e di conseguenza serpeggia il malcontento tra la gente.

Inizia una guerra: qualcuno ha deciso per noi che non possiamo più avere una vita felice. Ovunque è tutto un continuo rumore di bombe e di spari: si teme di uscire fuori casa e si vive con la costante paura che qualcuno ci veda e ci spari addosso. Non si hanno più cibo, né acqua, né vestiti puliti; i bisogni primari non possono più essere soddisfatti. Manca perfino la tranquillità necessaria per poter dormire.

Ci si guarda attorno e niente è più come prima: tutto è distrutto. Case bombardate, finestre e tetti rotti, assenza totale di attività commerciali. La gente non cammina più per strada, ma corre velocemente, guardandosi attorno impaurita. Tutto è cambiato, non si hanno più punti di riferimento e l’unico scenario esistente è quello della distruzione.

Le persone che conoscevamo non sappiamo più se siano vive o morte: non si riescono ad avere contatti telefonici con nessuno, le linee sono bloccate, i cellulari non hanno campo e tutte le reti di comunicazione risultano assenti. Famiglia, amici, colleghi: niente! Siamo soli, lontani da tutto: non sappiamo cosa succeda, non conosciamo la ragione del perché di tutto questo e meno che mai siamo informati sul quando questo orrore finirà.

Che fare?

L’istinto ci suggerisce di scappare via, il più lontano possibile: la fuga è, quindi, l’unica cosa che potrebbe ancora garantirci una vita”.

 

Questo, è solo un esempio di ciò che può essere vissuto dalle popolazioni, colpite da eventi drammatici come possono esserlo una rivoluzione sociale o una guerra.

L’istinto di sopravvivenza porta le persone a migrare lontano dalle fonti di terrore, al solo scopo di mettersi al sicuro. L’emigrante si ritrova di fronte alla sfida di dover ridefinire il proprio progetto di vita, di doverne delineare le coordinate nello spazio e nel tempo, ed il tutto nel giro di pochissimo tempo. Deve elaborare il lutto della separazione dal gruppo originario, dalla sua cultura, dalla sua religione, dai legami costruiti durante l’infanzia e interiorizzati nella sua costruzione psico-affettiva; deve rinegoziare le sue abitudini di vita e anche le sue modalità percettive e sensoriali. Cambiano gli scenari, i sapori, gli odori, il clima, la lingua, le modalità relazioni ed anche il sistema di valori.

Gli emigranti si trovano a dover reiventare ex novo il senso della loro esistenza. Si trovano anche in un sistema di relazioni che non riescono facilmente ad interpretare, ma che li vive, piuttosto, come corpi estranei.

In questi ultimi mesi abbiamo assistito ad innumerevoli sbarchi di immigrati sulle coste italiane, che affrontano viaggi disumani, nella speranza di poter trovare un posto più tranquillo in cui vivere. Il viaggio è già in sé un travaglio che dura giorni e giorni, per affrontare il quale occorre investire parecchi soldi: il soggiorno a bordo, poi, (per chi riesce a sopravvivere) è disumano. Una volta giunte, le persone appaiono stremate, in condizioni psicofisiche davvero precarie.Vengono sottoposte a controlli medici di routine e sono loro somministrate le prime cure necessarie a sopperire la fame, la sete ed il freddo.

L’emigrante si trova a passare, pertanto, da una fase iniziale in cui si sente costretto a lasciare la propria terra a causa dell’impossibilità di svolgere una vita serena, ad una seconda fase nella quale deve affrontare il lutto per l’abbandono della sua vita, delle sue abitudini e dei suoi affetti: aspetti questi, fondamentali nella vita di ogni essere umano.

Successivamente, si ritrova ad affrontare un viaggio disumano, nella speranza di un futuro migliore, con l’incognita di non sapere cosa lo attenderà. Nessuno di loro, infatti, conosce quale potrà essere il suo futuro.

La tendenza di ogni essere umano sta nella progettazione e nella pianificazione della propria vita, ma quando avvengono episodi così drammatici, vi è una destrutturazione di ogni minima certezza basilare e fondamentale. Si perdono i punti di riferimento principali, e con essi tutte le sicurezze e le certezze raggiunte.

Tutte le specie viventi migrano in luoghi diversi, per la soddisfazione delle proprie necessità primarie, così anche l’essere umano. I bisogni primari di ognuno di noi, come suggeriva lo psicologo statunitense Maslow, sono:

1) il soddisfacimento dei bisogni Fisiologici (fame, sete, sonno, etc);

2) il soddisfacimento del bisogno di Sicurezza (ovvero di trovare un luogo che ci permetta di sentirci protetti);

3) il bisogno di Appartenenza, (ovvero la possibilità per ogni essere vivente di far parte di un nucleo familiare e sociale, nel quale riconoscersi e relazionarsi);

4) il soddisfacimento del bisogno di Stima e di successo tra la propria stirpe;

5) il soddisfacimento del bisogno di Autorealizzazione (ovvero la possibilità di sentirsi realizzato nella propria identità, nelle proprie aspettative e nella propria progettazione).

L’immigrato vive uno stato di solitudine, lontano dai suoi affetti e dalla sua popolazione di riferimento, attorniato dall’indifferenza, dal sospetto o peggio ancora dal disprezzo del Paese al quale chiede asilo. La sua condizione d’inferiorità sociale e di minoranza culturale lo mettono all’angolo: si sente osservato, giudicato, si sente spesso di troppo, e questo finisce con il creargli un vuoto affettivo per il quale diviene straniero di se stesso.

Ogni essere umano si riconosce attraverso l’identificazione con l’altro, quindi anche grazie a quando entra in contatto con la popolazione che lo circonda.

Questo aspetto viene a mancare negli emigranti, che non si sentono accettati e finiscono con l’essere emarginati. In una personalità già fragile e fortemente condizionata da tutto ciò che è stato vissuto in precedenza, venendo a mancare l’identificazione con l’altro e quindi il senso di appartenenza alla società si crea una vera e propria solitudine umana, che nella maggior parte dei casi provoca disagi psicofisici e somatizzazioni. Questo processo psico-sociale diventa un processo alienante che crea tensione, sofferenza e anche patologia. Nelle situazioni di crisi psichica, determinata dal susseguirsi di eventi critici nella vita di una persona costretta ad emigrare, si potrebbe strutturare una “crisi della presenza” (E. De Martino) che potrebbe spiegare i processi di alienazione e di depersonalizzazione, caratterizzati dalle sensazioni del sentirsi esclusi e non facenti parte di un contesto sociale.