08/09/2015 - La persona dietro il terapeuta ed il terapeuta dietro la persona

Il percorso formativo dello psicoterapeuta prevede, tanto l’apprendimento di costrutti e tecniche, quanto l’acquisizione di norme di condotta, per la gestione della relazione duale e del setting psicoterapico.

Tenendo in considerazione il fatto che ogni psicoterapeuta è, comunque, irriducibilmente soggettivo, sono stati stabiliti principi metodologici e deontologici: da quelli relativi alla neutralità e all’importanza sul tenere una giusta distanza emotiva, a quello inerente lo scopo di evitare i ricorrenti ed insidiosi pericoli dell’invischiamento, della triangolazione e della dipendenza.

Illustri analisti come Greenberg, Hoffman ed altri ancora, hanno affermato come la neutralità sia per il terapeuta praticamente impossibile, dal momento che la sua stessa soggettività é il motore dell’analisi. 

A riprova di quanto constatato dai suddetti, c’è il fatto che psicoterapeuta e paziente, nel corso dei  colloqui iniziali, si scelgono reciprocamente attraverso un processo di negoziazione, e ciò sembra accadere, non solo per l’instaurarsi di un processo dialettico, in cui il paziente si sente accolto empaticamente, ma perché i tratti di personalità del terapeuta ed il proprio modo di stare al mondo, traspaiono e orientano la stessa possibilità di trovare o meno una strada comune.

All'interno del setting psicoterapico tutte le cose hanno un peso ed un’influenza, finanche quei fattori legati alla stessa soggettività dello psicoterapeuta, quali l’arredamento dello studio, il vestiario, i capelli, il portamento del terapeuta, la mimica corporea , il detto e il non detto. 

I pazienti si riconoscono in alcuni terapeuti piuttosto che in altri, proprio in virtù del fatto che, dietro il terapeuta ci sia esattamente quella specifica persona e non un'altra.

Per il professionista che operi in tale delicato ambito risultano fondamentali e necessarie, la gestione adeguata della propria soggettività e l’avvenuta risoluzione dei propri nodi e delle proprie zone d’ombra, allo scopo di limitarne l’influenza che, altrimenti, potrebbe andare ad interferire sul processo di cura del paziente e sulla sua capacità di autodeterminazione in ogni momento. Così come è necessario tenere a bada la persona che sta dietro il terapeuta,allo stesso modo, sarebbe opportuno , tuttavia, che il professionista apprendesse la gestione del terapeuta che sta dietro, e molto spesso, dentro la propria persona. La difficoltà nel tenere ben separati l’attività lavorativa ,nonché  il ruolo, dalla propria vita privata è il grande limite esistenziale dello psicoterapeuta.

Durante il suo iter formativo, lo psicoterapeuta apprende un linguaggio e, con l'andare del tempo, l’esperienza professionale lo porta a costruire una mappa cognitiva ed emotiva, complessa ed articolata: una visione del mondo che, inevitabilmente, lo orienta nella comprensione di se stesso, degli altri e delle situazioni con le quali entra in relazione. Tale realtà, seppur aumenta le proprie possibilità di lettura e di scelta può, in alcuni particolari momenti  di vita, divenire una sorta di zavorra o addirittura, un’arma a doppio taglio,  che finisce per inficiare tanto il benessere individuale, quanto gli equilibri relazionali. 

Spogliarsi degli abiti del terapeuta, non appena si chiude la porta del proprio studio professionale è, dunque, un’azione opportuna nonché necessaria, per poter preservare l’integrità e la sanità, tanto del terapeuta, quanto della persona.